Su La Tribune una riflessione coincisa ma interessante sulla politica economica dei cosiddetti populisti attualmente al potere in Europa, come Orban, Kazcinsky e Obrador, che ne sottolinea gli sforzi (e i successi) diretti alla riduzione e ri-nazionalizzazione del debito pubblico. 

Lo scopo di questa austerity populista non é tuttavia quello di riconquistare la credibilità o la mitica fiducia dei mercati Internazionali, bensi quello di rendersene indipendenti. 

di Michel Santi, 26.06.2019

Segnalazione e  traduzione per Vocidallestero di Martino Pietrini

Per limitare la loro vulnerabilità alle forze centrifughe della globalizzazione, i populisti europei al potere, come Orban o Kaczynski, hanno fatto della disciplina fiscale e di bilancio una linea politica.

C’è stato un tempo in cui il termine “populismo” era sinonimo d’irresponsabilità nella gestione delle finanze pubbliche. Oltrepassando i vincoli di bilancio gli esecutivi provenienti da queste formazioni o correnti di pensiero svuotavano le cassaforti del tesoro, esaurivano le riserve e provocavano crisi monetarie segnate da inflazione, fuga di capitali, recessione, se non addirittura bancarotta.

Insomma il disprezzo dei fondamentali dell’economia da parte dei populisti giunti al potere finiva sempre male. La situazione oggi sembra invece talmente cambiata,  che i populisti attualmente al potere potrebbero essere quasi tacciati di…conservatorismo!

Orban, Kaczynski, Lòpez Obrador: nuovi apostoli del rigore di bilancio


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In effetti sotto Orban il debito pubblico ha visto una sostanziale correzione, passando dal 75% del PIL a all’incirca al 67% nel 2019. E la Polonia non è certo da meno, visto che Jaroslaw Kaczynski è riuscito a ridurre il rapporto debito/pil sotto l’asticella del 50%, il livello più basso degli ultimi dieci anni. Difficile a credersi,  attualmente Salvini promuove una legge dal carattere inquisitorio mirante a snidare i contenuti delle cassette di sicurezza private in Italia e che accorda un’imposta forfettaria del 15% a coloro che si dichiarano spontaneamente.

Per quanto riguarda il Messico, il paese opera, sotto la guida del populista di sinistra Andrés Manuel Lòpez Obrador, una vera e propria politica d’austerità con l’obiettivo di un bilancio positivo per il 2020.

Infatti, è la volontà di liberarsi dai vincoli della globalizzazione ad essere all’origine della mutazione della politica economica populista e delle loro scelte di responsabilità fiscale. Sembra infatti che la più grande preoccupazione dei populisti al potere nel 2019 sia quella di liberarsi dai vincoli e dalla dipendenza dai capitali stranieri, puntando sempre più su piani di finanziamento strettamente interno per assicurare il tenore di vita del loro paese.

La loro opposizione forte, quando non feroce, alla libera circolazione dei capitali (che va, com’è noto, di pari passo con la globalizzazione), ne fa dunque degli apostoli della disciplina fiscale e di bilancio, la quale permette loro una maggiore autonomia di fronte ai finanziamenti stranieri, diminuendo così la vulnerabilità dei loro paesi alle forze centrifughe della globalizzazione.

Contare solo su se stessi

È su questo metro che si possono misurare gli sforzi di Orban per rimborsare i creditori stranieri dell’Ungheria e per finanziare i suoi deficit tramite emissione di titoli pubblici destinati agli investitori nazionali. Idem per il debito pubblico polacco, di cui solo il 25% è ormai in mano straniera contro il 40% del 2015. L’esempio supremo di questa ricerca dell’indipendenza finanziaria non è forse la Russia di Vladimir Putin, eretta a modello delle economie di bilancio e delle spese pubbliche pesantemente sotto controllo?

È dunque il desiderio di tenere a bada sia la globalizzazione sia la finanza globalizzata ad aver modificato radicalmente l’approccio macroeconomico dei populisti giunti al potere. La loro inattesa virata verso l’ortodossia ed il rigore è dunque motivata dalla loro determinazione a mostrare che non possono – e non devono – contare che su se stessi.

Fonte: vocidallestero.it


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