di Cesare Sacchetti

Alla fine, Mattarella ha acconsentito alla proposta congiunta dei due leader di M5S, Luigi Di Maio, e Lega, Matteo Salvini, di affidare le chiavi del prossimo esecutivo al professor Conte. Oggi stesso il premier incaricato si recherà al Quirinale con la lista dei ministri e già domani dovrebbe essere previsto il probabile giuramento dei nuovi ministri.

Ma in questi giorni, com’è noto, a far salire il livello della tensione è stata la possibilità sempre più concreta che il dicastero dell’Economia possa essere affidato alla guida del professor Savona, l’economista ed accademico già critico dell’euro e dei parametri di Maastricht.

Qualcuno oltreoceano inizia già pensare alla possibilità non più così remota che l’Italia possa effettivamente essere il Paese che possa rompere definitivamente l’assetto dell’eurozona.

E’ quanto chiaramente affermato dal Washington Post in un editoriale a firma di Sebastian Mallaby intitolato ” Il nuovo governo italiano potrebbe essere la forza che romperà alla fine l’Europa”, dove si traccia un breve excursus di tutte gli eventi recenti che hanno messo a dura prova la stabilità dell’UE e dell’eurozona.

Se la tenuta dell’UE è stata certamente messa a dura prova dalla crisi dei migranti del 2015, e dal referendum tenutosi in Grecia nello stesso anno indetto da Tsipras per chiedere al popolo greco se volesse continuare sulla strada dell’austerità, l’esecutivo italiano che sta per nascere potrebbe far apparire come lievi le turbolenze che hanno investito l’Europa tre anni orsono.

Occorre dire che nella sua analisi il Washington Post commette diverse imprecisioni, su tutte quella macroscopica che accusa I’Italia di “spericolatezza” nella gestione dei conti pubblici nell’arco temporale iniziato nel 1999 con l’adozione della moneta unica fino ai giorni nostri.

In realtà l’Italia è stato uno dei paesi più rigorosi nell’applicare le ricette del taglio della spesa pubblica già dal 1992, l’anno nel quale ha iniziato a realizzare una serie ininterrotta di avanzi primari che continua fino ad oggi.

Per chi fosse a digiuno di nozioni di contabilità, è utile ricordare che in parole povere l’avanzo primario non è altro che la differenza tra entrate ed uscite dello Stato al netto della spesa per gli interessi sul debito pubblico. Quindi da ormai 26 anni l’Italia continua costantemente a tassare i suoi cittadini più di quanto spenda per loro.

Mallaby scrive che quando “l’euro è stato lanciato nel 1999, l’Italia aveva un rapporto debito/PIL pari al 105%, mentre oggi è del 133%”. E’ certamente vero, ma quello che dimentica di dire il giornalista americano è che tale grandezza è cresciuta di 15 punti percentuali quando l’Italia ha aumentato il taglio della spesa pubblica durante il periodo del governo Monti.

L’Italia quindi non ha pagato una sua “spericolatezza”, quanto una sua cieca adesione alle politiche economiche che le sono state imposte da Bruxelles, sotto la ferrea direzione dell’asse franco-tedesco, e che una classe dirigente completamente priva di spirito di difesa degli interessi nazionali ha passivamente accettato.

L’Italia ha la forza di far crollare l’eurozona

Ma su una cosa il Washington Post ha ragione. Quando fa capire che attualmente l’Italia è l’unico paese in grado di sfidare l’egemonia tedesca in Europa, ha senz’altro ragione. L’Italia costituisce la terza economia dell’eurozona.

Se Savona sarà a via XX Settembre inizieranno dei seri negoziati per rimettere in discussione tutti quei parametri che per troppi anni hanno soffocato l’economia italiana.

A Bruxelles sanno che è l’Italia ad avere in mano la vera “opzione nucleare” di un’uscita unilaterale dalla moneta unica e che se dovesse essere usata tale soluzione, i danni sarebbero maggiori per la Germania, non tanto per il Belpaese.

Il 46% del PIL tedesco difatti è rappresentato dalle esportazioni. Se dovesse rompersi l’unione monetaria, i tedeschi potrebbero ritrovarsi in tasca un marco pesante rivalutato del 20% e gli enormi surplus commerciali che ha accumulato negli ultimi 10 anni, sarebbero solo un pallido ricordo.

Dall’altra parte, l’Italia tornerebbe ad avere una moneta svalutata del 15-20% e sarebbe il suo di surplus commerciale a volare.

Se inizierà uno scontro durissimo in sede di trattative europee, il Paese potrebbe presto subire pressioni simili a quelle che la Grecia subì nell’estate del 2015, quando la Bce chiuse i rubinetti dell’Ela, la liquidità di emergenza con la quale l’istituto di Francoforte erogava fondi alle banche greche.

Ma l’Italia non è la Grecia, e a Berlino lo sanno, così come sanno che Savona potrebbe preparare un piano di uscita dall’euro per sottrarre l’Italia al ricatto dello spread e della Bce.

Ecco perchè non si vuole Savona all’Economia. Ecco perchè l’Italia sarà il paese che deciderà i destini dell’euro e dell’Europa.

via La Cruna dell’Ago

Tratto da: www.stopeuro.news

CONTINUA A LEGGERE >>