di Cesare Sacchetti

Nella giornata di ieri giungono le parole del commissario UE al bilancio, Guenther Oettinger, che in maniera perentoria annuncia che l’UE respingerà la manovra italiana prima ancora di esaminarla nei contenuti.

Poi il commissario, già noto in Italia per la famigerata frase sui “mercati che insegneranno a votare agli italiani”, ingrana una brusca retromarcia e dichiara di parlare a titolo personale.

Nonostante le goffe smentite, a Bruxelles sembrano aver già preso una decisione prima ancora di iniziare una discussione.

Non si contano le dichiarazioni ostili nei confronti di Roma da parte delle istituzioni comunitarie.

Solamente lo scorso lunedì, era stato Juncker a parlare, non a titolo puramente personale, sostenendo che se l’UE avesse approvato la manovra italiana, ciò avrebbe provocato veementi reazioni da parte degli altri partner UE infuriati per questa “concessione” all’Italia sulla manovra.

Non si comprende perchè gli altri partner europei dovrebbero infuriarsi per la manovra italiana dal momento che questa sta ampiamente sotto il 3% di deficit/PIL richiesto dai trattati, quando altri paesi, ad esempio Francia e Spagna, violano ripetutamente da anni queste regole superando il discusso parametro.

A Bruxelles, regna la concitazione che a tratti sembra esplodere in puro panico. I funzionari europei sono terrorizzati dall’eventualità che l’Italia possa uscire dall’euro, ma la posizione intransigente della Commissione sulla manovra italiana rischia di portare dritti verso questa soluzione.

Al Berlaymont, il palazzo sede della Commissione UE, sanno che questo non è il 2011. Tentare la stessa via che portò il golpe nei confronti di Berlusconi appare impresa ardua.

Non c’è un premier ricattabile a Palazzo Chigi per i suoi interessi finanziari, non c’è un primo ministro vulnerabile per le proprie controverse abitudini sessuali.

Ora a palazzo Chigi c’è il governo giallo-verde che non può essere attaccato sugli stessi fronti che portarono alla caduta del cavaliere.

retroscena narrano di un tentativo fallito di utilizzare la fronda di Fico nel M5S durante la crisi della nave Diciotti per far cadere il governo.


Troppo debole Fico come leader, troppo pochi i deputati e senatori disposti al voltafaccia.

Mattarella da par suo non è Napolitano. La sensazione che si avverte è quella di un Capo dello Stato che traccerà un limite che non potrà essere oltrepassato.

Se si arriverà al redde rationem con Bruxelles e ad un’uscita unilaterale dall’euro dell’Italia, il Quirinale potrebbe lavarsene le mani e dichiarare la propria impossibilità a fermare il meccanismo che si è messo in moto.

Un meccanismo che appare essere irreversibile, perchè da Roma non hanno nessuna intenzione di indietreggiare sulla manovra.

Questa volta, rispetto al 2011, c’è anche un altro elemento decisivo in questa partita. Il sostegno degli USA di Trump.

Se 7 anni fa, praticamente Berlusconi si trovò isolato sulla scena internazionale per cercare di resistere all’assedio di Bruxelles, sostenuto dall’asse franco-tedesco, stavolta Washington è con l’Italia.

La sponda di Trump è una garanzia contro qualsiasi tentativo autoritario di rovesciare il governo italiano in maniera illegittima.

                              Il primo ministro Conte con il presidente Trump all’ONU

 

La de-globalizzione e il ritorno agli stati nazionali

La visione del presidente americano sugli equilibri commerciali internazionali è antitetica a quella di Berlino e Pechino. Cina e Germania hanno accumulato enormi surplus commerciali per ragioni diverse, ma Trump non è più disposto a tollerare le ostili politiche mercantiliste dei due paesi.

Per mettere fine alla condizione di vantaggio dei due paesi, Trump deve colpire l’euro, la moneta che ha garantito alla Germania quegli enormi surplus, e aumentare i dazi americani sui prodotti cinesi importati, che al momento stanno facendo vincere a Washington la guerra commerciale contro Pechino.

Tutto questo fa parte di un più ampio processo di de-globalizzazione. Le organizzazioni sovranazionali stanno perdendo la loro capacità decisionale e il loro ruolo primario. Stanno tornando protagonisti gli stati nazionali.

Ne sono consapevoli a Bruxelles, e ne sono consapevoli anche a Berlino che da mesi non dice una parola contro l’Italia, mentre nel 2011 era in prima linea negli attacchi contro Roma.

La Germania ha compreso perfettamente la strategia in atto fondata sull’asse Washington – Roma, e con ogni probabilità già prepara il suo di piano B.

Staccare la spina prima che si arrivi allo scontro aperto tra Roma e Bruxelles, potrebbe essere una soluzione che stanno già valutando a Berlino.

Tutto questo disegna uno scenario di condizioni favorevoli probabilmente irripetibili per l’Italia. Se l’asse delle relazioni internazionali si sposta verso il ritorno degli stati nazionali con gli Stati Uniti in prima fila a sostenere questo processo, l’Italia ha un’occasione unica per uscire dall’euro e riconquistare la sua sovranità.

Il treno della storia sta passando. Il governo giallo-verde deve solo decidere se essere ricordato come l’esecutivo che restituì la sovranità all’Italia, o quello che perse il treno.

Fonte: lacrunadellago.net

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