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Come riporta un articolo del Gatestone Institute, la deontologia professionale dei giornalisti è ufficialmente morta: una professione che dovrebbe battersi per l’indipendenza e la libertà di parola, non vede l’ora di incassare i contributi da un attore in difficoltà (l’Unione Europea) promuovendone in cambio l’agenda politica, e esortandola a silenziare qualsiasi voce dissidente. Riportare i fatti avvenuti non è più prioritario e la presentazione di diversi punti di vista è da perseguire solo se questi appartengono a particolari minoranze, mentre va passata sotto silenzio la protesta di coloro che si oppongono all’agenda politica in atto.

 

Di Judith Bergman, 24 ottobre 2017

 

La Federazione Europea dei Giornalisti (EJF), è la “maggiore organizzazione di giornalisti in Europa, che rappresenta più di 320.000 giornalisti di 71 diverse organizzazioni in 42 diversi paesi”, secondo il suo stesso sito web. Inoltre la EJF, un attore potente, conduce in tutta Europa una campagna chiamata “Media contro l’Odio”.

 

La campagna si propone di:

 

“combattere l’”hate speech” (incitamento all’odio, ndt) [1] e la discriminazione sui media, sia online che tradizionali… i media e i giornalisti giocano un ruolo cruciale nell’ispirare le politiche… sull’immigrazione e i rifugiati. Mentre l’incitamento all’odio e gli stereotipi rivolti agli immigrati proliferano in tutta Europa… la campagna #MediaAgainstHate (Media contro l’odio, ndt) si propone di: migliorare la copertura dei media su immigrazione, rifugiati, religione e gruppi marginalizzati… combattere l’incitamento all’odio, l’intolleranza, il razzismo o la discriminazione… migliorare l’applicazione delle strutture legali che regolano l’incitamento all’odio e la libertà di parola…”

 

E’ ormai svanita la pretesa che il giornalismo riguardi la comunicazione dei fatti. Quelli sopra sono gli obiettivi di un attore politico.

 

Ed in effetti si tratta di un grosso attore politico, coinvolto nella campagna “Media contro l’odio”. La campagna è uno dei tanti programmi sui media sostenuti dalla UE attraverso il suo programma REC (Rights, Equality and Citizen Programme – programma per i diritti, l’uguaglianza e la cittadinanza, ndt). Nel programma REC per il 2017, la Commissione UE, il corpo esecutivo dell’UE, scrive:

 

“Il dipartimento della giustizia della Commissione UE affronterà il preoccupante aumento dei crimini legati all’odio e all’incitamento all’odio destinando fondi ad azioni volte alla prevenzione e al contrasto del razzismo, della xenofobia e di altre forme di intolleranza… incluso un lavoro dedicato nell’area del contenimento dell’incitamento all’odio online (implementazione del Codice di Condotta per contrastare l’incitamento all’odio online illegale)… il dipartimento inoltre finanzierà le organizzazioni della società civile che combattono il razzismo, la xenofobia e altre forme di intolleranza”.

 

Il più grande attore politico europeo, l’UE, lavora apertamente per influenzare la “stampa libera” con la sua personale agenda politica. Uno dei punti in agenda è la questione dell’immigrazione dall’Africa e dal Medio Oriente in Europa. Nel suo discorso di settembre sullo stato dell’Unione, il presidente della Commissione Europea, Jean-Cleaude Juncker, ha chiarito che qualunque sia l’opinione degli europei – e i sondaggi hanno mostrato ripetutamente che la maggioranza degli europei non vogliono altri immigrati – l’UE non ha alcuna intenzione di mettere fine all’immigrazione. Juncker ha detto che “L’Europa, al contrario di quel che dicono alcuni, non è una fortezza e non dovrà mai diventarlo. L’Europa è e deve rimanere il continente della solidarietà dove coloro che scappano dalle persecuzioni possono trovare rifugio (ma di certo non a casa sua, NdVdE)”.


Il programma REC dell’Unione Europea ha inoltre recentemente finanziato la pubblicazione di un manuale che fornisce le linee guida per i giornalisti su cosa scrivere quando l’argomento sono gli immigrati e l’immigrazione. Le linee guida sono parte del progetto RESPECT WORDS (Parole di Rispetto, ndt) – anch’esso finanziato dalla UE – che “mira a promuovere la qualità delle notizie sugli immigrati e sulle minoranze etniche e religiose”. Il manuale è stato pubblicato il 12 ottobre dall’Istituto Internazionale della Stampa (IPI) – un’associazione di professionisti dei media che “rappresenta i principali organi di stampa digitali, cartacei e televisivi in più di 120 paesi”. L’IPI sostiene che sta difendendo la “libertà di stampa fin dal 1950” (apparentemente, venire comprati e pagati dalla UE rappresenta una “libertà di stampa” ai giorni nostri). Altri 7 organi di stampa e gruppi civili con base in Europa hanno partecipato al progetto e lo hanno presentato a un evento al Parlamento Europeo a Bruxelles alla presenza dei Parlamentari Europei e di esperti della società civile. Secondo il comunicato stampa, le linee guida sono “complementari alle norme già in vigore per gli organi di stampa”.

 

Le linee guida dicono che “il giornalismo non può e non dovrebbe “risolvere” il problema dell’incitamento all’odio da solo”, ma che può aiutare a prevenire la sua “normalizzazione”. Tuttavia, “per raggiungere questo obiettivo ci vuole il coinvolgimento di molti attori, in particolare l’Unione Europea, che deve rinforzare i meccanismi esistenti e dare supporto ai nuovi strumenti progettati per combattere l’incitamento all’odio…

 

Perché i giornalisti, che sostengono di battersi per la libertà di stampa, ora fanno un appello alla UE perché li aiuti a porre fine alla libertà di parola in Europa?

 

Secondo le linee guida, i giornalisti dovrebbero, tra le altre cose:

 

“Dare voce a un’appropriata gamma di opinioni, incluse quelle che appartengono agli immigrati e ai membri delle minoranze ma… non… alle prospettive degli estremisti, solo per “far sentire l’altra campana”… Evitare di riprodurre direttamente l’incitamento all’odio; quando riportarlo è degno di nota, mediarlo… opponendosi a tale incitamento all’odio, e spiegando le false premesse su cui si basa. Ricordare che le informazioni sensibili (ad esempio, razza e etnia, religione o credenze filosofiche, affiliazione a partiti o a sindacati, informazioni sulla salute e sul sesso) dovrebbero essere menzionate quando siano necessarie perché il pubblico capisca le notizie”.

 

Sarà questo il motivo per cui le notizie sui giornali chiamano sempre i colpevoli di violenza sessuale o terrorismo semplicemente “uomini”?

 

In particolare, riguardo ai musulmani, le linee guida raccomandano di:

 

“Contrastare gli stereotipi anti-musulmani esistenti, che sono diventati pervasivi nei discorsi pubblici… Aumentare la visibilità di uomini e donne musulmane quando si riportano notizie in genere… Stare attenti a non stigmatizzare ulteriormente termini come “musulmano” o “Islam” associandoli a particolari atti… Non permettere che le dichiarazioni degli estremisti di “agire nel nome dell’Islam” vengano riportate senza essere messe in dubbio. Sottolineare… la diversità delle comunità musulmane… laddove necessario e degno di nota riportare i commenti odiosi contro i musulmani, farlo mediando le informazioni. Contrastare ogni falsa premessa su cui questi commenti si basano”.

 

Nemmeno Orwell avrebbe potuto inventarsi di meglio.

 

Judith Bergman è un opinionista, avvocato e analista politico.

 

[1] In particolare, la campagna “Media contro l’odio” non definisce cosa significhi “incitamento all’odio”. Quel che più si avvicina ad una definizione di ciò che la campagna intende con tale termine, viene da un capitolo sull’incitamento all’odio dal rapporto “Ethics in News” (L’Etica nelle Notizie, ndt) della European Journalism Network (EJN) (Rete del Giornalismo Europeo, ndt) – un’organizzazione britannica che afferma di essere “un istituto indipendente, internazionale, senza scopo di lucro, dedicato ai più alti standard del giornalismo –  che il programma “Media contro l’odio” ha riprodotto sul proprio sito web. L’EJN ha definito l’incitamento all’odio come “… qualsiasi espressione che colpisca un gruppo identificabile – una razza, una comunità religiosa o una minoranza sessuale, per esempio – e dunque ne danneggia i membri, ad esempio “l’incitamento alla… discriminazione negativa e alla violenza” e “espressioni che offendono la sensibilità di una comunità, anche attraverso credenze offensive”. Mentre l’incitamento alla violenza è punibile dalla legge, offendere la sensibilità di una comunità non lo è, ma secondo l’EJN “i limiti legali non dovrebbero determinare i confini del comportamento professionale… i giornalisti devono sviluppare le loro capacità etiche per rispondere al reale rischio che vengano promossi seri danni”.

Fonte: vocidallestero.it


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